martedì 24 maggio 2016

Quel che le tramissioni d’inchiesta dovrebbero dire e non dicono a proposito di semi. Il caso delle trasmissioni di Milena Gabanelli.


di Alberto Guidorzi

Le trasmissioni d’inchiesta dovrebbero essere il luogo in cui si analizza in modo complessivo un problema senza incorrere nella demagogia, nei peccati d’omissione e nelle falsità che spesso cogliamo nei mezzi di comunicazione. In Italia assistiamo invece sempre più spesso a trasmissioni d’inchiesta che anziché porsi come obiettivo la ricerca della verità si rivelano degli amplificatori delle stesse demagogie-omissioni-falsità che sono in tanti casi proprie dei nostri media. In tal modo si vanifica il ruolo di tali importanti strumenti di comunicazione e non si favorisce l’evoluzione del dibattito verso forme più razionali e degne di un paese civile e culturalmente evoluto.

Emblematica in tal senso è stata una trasmissione di Report condotta dalla giornalista Milena Gabanelli,( qui )andata in onda nel 2013 e che Antonio Saltini ha ripeso recentemente su Agrarian Sciences (qui) riportandone una stesura dei contenuti in forma scritta e che possono essere letti (qui)
Obiettivo di questo scritto è porre in evidenza la pressapocaggine dei riferimenti, l’uso distorto dei contenuti della materia e la totale assenza di una base teorica a supporto delle affermazioni che sono emerse da quella trasmissione, che si è ben guardata dal porre in evidenza che se nessuno paga la ricerca costosissima che sta dietro alle novità varietali le stesse nel volgere di poco tempo saranno abbandonate dalle ditte che oggi le sviluppano, portando ad una stagnazione in cui la sicurezza alimentare sarà sempre più difficilmente mantenibile. Alle radici degli incrementi produttivi e in qualità che caratterizzano oggi le gradi colture (mais., soia, frumento, riso, ecc.) o i fruttiferi o le orticole sta infatti un prezioso lavoro di ricerca che è sviluppato da privati e che mira a incrementare quantità e qualità delle produzioni.
In questo articolo intendo dunque condurre una critica motivata alla trasmissione della Gabanelli i cui contenuti sono gli stessi portati a supporto di chi è critico sull’organizzazione mondiale delle sementi a cui anche l’Italia ha aderito. Per sviluppare questa critica è tuttavia necessaria una breve premessa metodologica.

IL COPYRIGHT DELLE NUOVE VARIETA’ VEGETALI E IN COSA CONSISTE

Che certe varietà di melo e di qualsiasi altra specie vegetale abbiano un copyright è vero ma quel che non si dice è che sono molte più le varietà che non hanno il copyright che quelle che lo detengono. Pertanto gli agricoltori che non volessero pagare diritti d’autore o diritti di brevetto possono benissimo impiantare o seminare una delle moltissime varietà libere da protezione. Quindi l’equazione della Gabanelli secondo la quale “chi controlla i semi controlla il cibo” è solo ideologica perché di sementi non protette ve ne sono un’infinità, come d’altronde ci dimostra l’interesse per le “varietà antiche” da parte dei seguaci del biologico e del biodinamico.
Le protezioni delle novità varietali sono di due tipi: il Certificato di Ottenimento Varietale (COV) e il brevetto, e una non esclude l’altra. In Europa è predominante il COV mentre negli USA prevale il brevetto. COV e brevetto sono istituti giuridici derivanti dal fatto che il miglioramento vegetale in agricoltura ha assunto una connotazione molto scientifica e complessa e quindi il prodotto che se ne ricava è assimilabile a un vero e proprio “ritrovato intellettuale” come lo sono un’invenzione qualsiasi, un romanzo o un filmato.
Facciamo un esempio per chiarire: un romanziere ha a disposizione il vocabolario della lingua nella quale vuole scrivere la sua opera letteraria e assembla questi vocaboli in modo da produrre un libro che cerca di vendere per ripagarsi del tempo impiegato e delle sue capacità letterarie. I vocaboli che lui ha usato nel libro non sono più a disposizione di altri per il fatto che il libro è soggetto ai diritti d’autore? La risposta è no, in quanto è quel particolare assemblaggio di vocaboli che viene protetto, non certo i singoli vocaboli. Infatti, quando un altro autore usa lo stesso vocabolario per scrivere un altro libro, solo se questo sarà troppo simile al precedente incorrerà nel reato condannato dalla legge mentre un libro completamente diverso e con diversa trama sarà considerato a ragione un nuovo libro e sarà dunque anch’esso protetto da diritto d’autore.
Se ai vocaboli della lingua sostituiamo i geni dislocati sulla lunga catena del DNA dei cromosomi di una specie vegetale comprendiamo che, come i vocaboli restano a disposizione di chiunque altro per esprimere nuove idee, così i geni sono a disposizione di tutti per creare assemblaggi diversi e originali. Analogamente gli assemblaggi di geni hanno diritto ad essere protetti come le invenzioni mentre i singoli geni messi non lo hanno. A riprova di ciò è il fatto che per una specie vegetale come il frumento le ditte sementiere creano ogni anno assemblaggi nuovi e diversi dai precedenti e nessuna di loro accusa l’altra che non lo può fare, salvo che non sia manifestamente verificato un plagio.
Vi è però una differenza tra un’opera letteraria ed una varietà vegetale: la prima rimane immutata nel tempo, mentre la seconda cambia ad ogni riproduzione annuale che si fa, in quanto i geni si rimescolano in modo diverso da prima.
Nel caso del frumento la variazione è molto limitata nei primi anni e quindi l’agricoltore può usare il seme che ha prodotto senza troppo penalizzare il suo raccolto mentre in piante come il mais le varietà commerciali sono ibridi, il che significa che se il seme viene riseminato perderebbe molto delle proprie caratteristiche quanti-qualitative. E’ questo un fatto totalmente naturale nel senso che una varietà di frumento è riconoscibile per alcune delle generazioni successive ed anche sfruttabile come semente con inconvenienti relativamente ridotti mentre una varietà ibrida diviene irriconoscibile e degenerata già nella generazione successiva se si usano i semi ricavati dalla precedente. Questa riconoscibilità da diritto al costitutore delle varietà di frumento di pretendere il “diritto d’autore” anche nelle prime generazioni successive, mentre nel mais no. Infatti, contrariamente a quanto molti dicono, una varietà di mais ibrida e protetta che viene seminata e poi ne vengono raccolti i semi, questi potrebbero essere seminati l’anno dopo senza che nessuno possa pretendere alcunché; tuttavia nessun agricoltore sano di mente lo farebbe perché sarebbe un puro autolesionista.
Chi stabilisce che una varietà rappresenta un assemblaggio nuovo? E’ una istituzione pubblica creata per legge al fine di tutelare proprio gli agricoltori. Infatti il sementiere deve mettere a disposizione il seme della sua varietà appena creata al fine che vengano eseguiti due anni di prova onde stabilire se la varietà è nuova e non un plagio (si parla di “distinguibilità” rispetto alle altre varietà) , se rimane “stabile” nel tempo e se è “omogena”. Inoltre ne vengono valutate le performances produttive e la varietà viene accettata solo se porta per l’agricoltore che la compera e la paga un beneficio maggiore di quello dato dalle altre varietà prima create.
Solo dopo questa sequenza di controlli la nuova varietà può essere messa in commercio, ma per farlo occorre moltiplicarne il seme e garantire al coltivatore che il seme che compra ha caratteristiche conformi a quelle della nuova varietà creata. Quest’ultima garanzia è fornita da altro ente che controlla le moltiplicazioni e alla fine, se riscontra che tutto è in regola con il protocollo descrittivo di iscrizione, fornisce al sementiere un cartellino ufficiale da apporre su ogni confezione sigillata, che è la condizione necessaria per porla in vendita. A questo livello viene assicurata anche la germinabilità della semente e la purezza varietale, nel senso che comprando quel seme l’agricoltore ha la sicurezza che quasi tutti i semi che depone nel terreno produrranno una piantina che darà raccolto e che la varietà è formata dalla stragrande maggioranza di semi che daranno piante con i caratteri propri della varietà che il produttore ha inteso acquistare.
Che differenza vi è tra un COV ed un Brevetto? Con il COV la protezione varietale presenta le seguenti limitazioni:
- viene preservato il diritto del costitutore nel senso che un altro sementiere può usare liberamente la varietà come genitore per costituire altre varietà diverse.
- permette al piccolo produttore che lo desideri di riutilizzare la semente prodotta.
- esenta i piccoli coltivatori dal dover pagare diritti per il riuso della semente prodotta. Da notare che il piccolo produttore è definito dalla legislazione UE sulle sementi come colui che detiene una superficie capace di produrre 92 t di cereali, dunque una superficie grosso modo pari alla superficie media aziendale italiana.
- Prevede la possibilità di pagare una royalty ridotta e volontaria per chi non è piccolo coltivatore e riusa la sua produzione come seme per la propria azienda.
Altro aspetto è che la legislazione sulle sementi non è più nazionale, ma europea e quindi ogni decisione contraria è illegale (vedi tutti i decreti del Ministero italiano per impedire la semina del mais con in tratto genetico MON 810 in Italia)

Il Brevetto dal canto suo non protegge la varietà, ma solo il costrutto genetico brevettato è equiparato ad un’invenzione. Gli altri costitutori non potranno usare il costrutto brevettato ma potranno usare la varietà dopo avere eliminato il costrutto brevettato. Non prevede il diritto dell’agricoltore ne piccolo e tanto meno grande. Questo è il brevetto che è stato concepito in USA, mentre il brevetto concepito in Europa deve adeguarsi ai diritti concessi al COV.
Il COV ed il Brevetto hanno validità infinita? NO, hanno validità temporanea che non va oltre i 25 anni per le specie erbacee e 30 per le specie arboree (COV) e 20 anni per il brevetto, ma relativamente solo al costrutto genetico, che quindi dopo questo periodo diviene liberamente utilizzabile come qualsiasi altro gene. Decorso tale periodo le varietà diventano libere ed utilizzabili da tutti e se scompaiono anzitempo dal mercato è per il semplice fatto che nessun agricoltore le richiede più essendo venuto meno l’interesse. L’obsolescenza di una varietà vegetale è ormai tale che esse non durano praticamente più di 5 o 6 anni. Tuttavia il germoplasma di queste accezioni varietali senza più paternità è conservato nelle numerosissime banche del germoplasma della specie esistenti nel mondo ed è fruibile da chiunque ne faccia richiesta.
Si fa presente che le basi per il copyright delle varietà vegetali sono state poste nel 1963. (qui)
Perché chi ora grida allo scandalo non si alzato a protestare allora? La Chiesa che ora si scandalizza esisteva già!

ANALISI DEI CONTENUTI DELLA TRASMISSIONE
Fatta questa opportuna premessa passiamo ora ad analizzare in modo più sistematico i contenuti della trasmissione in questione, procedendo per argomenti.
Argomento 1: i club di filiera
I club di filiera sono dei contratti liberamente sottoscritti da operatori economici dove si fissano una serie di doveri per godere dei vantaggi che ne derivano. Pertanto chi non vi vuole far parte del club è libero di farlo, ma non può pretendere di usare liberamente quella particolare novità vegetale. Tuttavia, come abbiamo detto, il produttore ha a sua disposizione tantissime varietà di libero accesso da seminare o piantare. D’altronde è presumibile che se cerca di utilizzare una nuova varietà vuol dire che le riconosce un vantaggio e quindi ci si chiede perché l’agricoltore non debba pagare chi gli permette di godere del vantaggio? Gli intervenuti, quasi tutti critici su questa organizzazione di mercato (vedi Riccardi) si ergono a difensori degli agricoltori firmatari dei relativi contratti di filiera facendoli passare per dei soggetti sfruttati , quando, invece, questi ultimi prima di tutto non vogliono essere difesi e poi non si considerano per nulla degli sfruttati. Infatti, pur essendo liberi di non accettare le condizioni imposte dal contratto, le hanno accettate di buon grado.
Argomento 2: la libertà per gli agricoltori di usare i propri semi o piante
Chi dice che gli agricoltori non possono usare il seme delle varietà che ha seminato l’anno prima dice il falso. Infatti i produttori agricoli lo possono fare liberamente usando sia il seme delle varietà libere da protezione sia il seme di varietà protette qualora i produttori rientrino in certe condizioni di piccolo coltivatore. Certo potrebbe capitare che il prodotto ricavato non sia facilmente commerciabile in quanto non rispondente, ma ciò rientra nel libero meccanismo di domanda ed offerta. E’ falso che da una varietà ibrida protetta (esempio degli zucchini citati nella trasmissione) non si possa ricavare seme per una successiva risemina. Lo si può fare liberamente in quanto esso perde la protezione non rispecchiando più la varietà iniziale. L’agricoltore rinnova il seme e lo ricompra solo perché sa di ricavarne vantaggi.
Argomento 3: lo “strano caso” di PERCY SCHMEISER
Nel campo di PERCY SCHMEISER sono finiti accidentalmente dei semi di colza di una varietà protetta da un brevetto per un costrutto genico particolare, cioè la resistenza ad un erbicida, ma lui non ha lasciato fare alla natura che probabilmente avrebbe eliminato queste piante con il gene modificato, come capita a tante piante che nascono accidentalmente nei nostri campi. SCHMEISER ha invece seminato più e più volte i semi delle piante di colza resistenti al diserbante e li ha selezionati proprio usando quel diserbante. Si dice che Monsanto non ha dimostrato che l’agricoltore aveva usato il diserbante per coltivare la sua soia ma si dimentica così di dire che la sua colza autoprodotta aveva più del 60% di semi OGM e questo non può verificarsi accidentalmente ed è un appropriarsi di una varietà protetta. Solo una presenza dell’1 o 2% può essere considerata accidentale. PERCY SCHMEISER, di fronte a quanto detto, è un povero agricoltore taglieggiato o un semplice imbroglione?
Il processo ha stabilito che è un imbroglione ed ha agito in malafede e la Corte suprema del Canada lo ha ritenuto un contraffattore il 21 maggio 2004. Infatti, per la presenza accidentale di un tratto genetico brevettato la legge non obbliga nessuno a pagare diritti di brevetto. E’ vero che non ci sono stati risarcimenti, ma è altrettanto vero che all’agricoltore è stato intimato di non ripetere la pratica e che se lo avesse fatto avrebbe dovuto risarcire i danni in quanto recidivo. Egli si è in altri termini ricreato un seme aziendale uguale a quello che vendeva la Monsanto e questo è un plagio a tutti gli effetti e i tribunali lo hanno condannato per questo e non perché ad un controllo hanno trovato qualche pianta cresciuta da semi caduti accidentalmente.
La stessa cosa è capitata a Bowman che si è fatto consegnare dei semi di soia da un ente collettore di soia OGM-rr destinata ai mangimi (quaindi non avente lo statuto di “semente”) e poi l’ha seminata nel suo campo ed ha usato il gliphosate per coltivarla; ha quindi sfruttato il brevetto e solo per questo è stato condannato come contraffattore dalla Corte suprema degli USA nel 2013. Nessuno gli avrebbe detto nulla se avesse scelto di farsi dare una soia derivante da una massa di prodotto usata per mangimi OGM free.
Argomento 4: La concentrazione delle attività sementiere
E’ vero che è avvenuta una concentrazione dell’attività sementiera, ma ciò ha avuto luogo alla luce del sole. Vi erano da un lato case sementiere private ed anche pubbliche che sono state vendute per impossibilità di autofinanziarsi, visti i costi elevatissimi che incontrava la creazione varietale moderna e dall’altro aziende chimiche che hanno voluto diversificare e visto una sinergia tra il loro core business e le sementi. Nulla di criminale dunque. La cosa, dicevo, è avvenuta alla luce del sole e ben si conoscevano le intenzioni delle multinazionali chimiche. Tuttavia l’iniziativa è datata e grosso modo è avvenuta nel decennio 1980-90. Perché il Riccardi non è insorto allora? Perché gli Stati nazionali non hanno creduto opportuno impedire che aziende pubbliche cedessero il loro materiale genetico o addirittura fossero aziende private a farlo, seppure vanto del territorio? Perché la Chiesa non è insorta allora mentre lo fa solo ora per dar supporto ad un’enciclica papale i cui contenuti dimostrano che non si è riflettuto a sufficienza su quanto si denunciava o non ci si è documentati a sufficienza prima di procedere nella redazione? Io ho denunciato queste cose proprio a quei tempi, ma ero un “signor nessuno” e dunque nessuno ha prestato attenzione a quanto dicevo. La ragione che adducevo era che la concentrazione avrebbe limitato lo sfruttamento di tutto il germoplasma esistente.
Argomento 5: il problema della coesistenza tra colza OGM e non OGM
Se ci si fosse spinti un po’ oltre il primo bastian contrario che si erge a vittima, si sarebbe potuto appurare che in Canada il problema è stato risolto in modo egregio evitando allarmismi. Sappiamo anche che in Europa si è preferito sconsigliare l’approvazione del tratto genetico di un colza OGM appellandosi alla presenza di una particolare struttura aziendale e per la presenza di specie selvatiche infestanti compatibili. Il problema per tutte le altre specie vegetali dove esistono varietà OGM è dimostrabile potersi affrontare con successo semplicemente realizzando spaziamenti con fasce tampone di poche decine di metri. Comunque il flusso genico per effetto di impollinazioni libere è un fenomeno naturale e che o non ha mai costituito un problema o, se esisteva, esso è sempre stato risolto con gli spaziamenti o gli isolamenti. Anzi è stata ed è una fonte di variabilità genetica utile
Argomento 6: Il problema delle resistenze
Il problema agronomico delle resistenze, peraltro noto in medicina umana nel caso degli antibiotici, non nasce con gli OGM, ma viceversa è un problema sempre esistito che si produce anche con le varietà tradizionali non OGM (addirittura vi sono malerbe che divengono resistenti anche alla zappa o alla sarchiatrice) e che va gestito con un adeguato approccio agronomico. Chi non adotta un tale approccio è da considerare un cattivo agricoltore e per lui dunque vale il detto “chi è causa del suo mal pianga se stesso”!
Mi spiego meglio dicendo che le resistenze ad un erbicida od ad un parassita non sono eterne, la buona agronomia le può solo far durare un po’ più a lungo. Da agronomo che conosce la genetica dico anche che: “per fortuna che le resistenze non sono eterne” perché se lo fossero tutto sarebbe rimasto immutato e non sarebbero sorte ad esempio patate a basso contenuto in solanina perché mutate e poi selezionate dai contadini delle Ande. Se le mutazioni non fossero avvenute nessuno avrebbe potuto mangiare patate.
Argomento 7: lo “strano caso” del riso Clearfield
La tecnica Clearfield adottata per il riso ( ma esistente anche per il girasole) si basa esattamente sul principio espresso sopra. Nel riso è avvenuta naturalmente una mutazione che rendeva pochissime piante di riso resistenti ad un diserbante della BASF.
Il Riccardi dice tendenziosamente: “Il gene nuovo è stato creato all’Università della Lousiana”, il che è falso in quanto il gene è stato solo scoperto dall’Università e non è stato creato, altrimenti quel riso sarebbe per legge un OGM, mentre non è considerato tale. La mutazione è dunque insorta spontaneamente e senza intervento umano come accade in innumerevoli casi nei nostri campi. In quel caso però qualcuno se n’è accorto e l’ha selezionata sottoponendola alla pressione selettiva di quel diserbante della BASF (come abbiamo detto aver cercato di fare SCHMEISER) , in modo da sviluppare solo piante che avessero quella mutazione. La BASF, che non è una organizzazione di beneficienza, ha fatto produrre quella varietà di riso e assieme ci vende il suo diserbante. Ora l’agricoltore che accetta l’accoppiata lo fa liberamente e paga ciò che vi è da pagare se riscontra che ne vale la pena. L’agricoltore bastian contrario (come il Giuseppe Oppezzo del colloquio) che non vuol riconoscere nulla alla BASF può, invece, usare un’altra varietà e liberarsi dall’“esecrabile ricatto”. Non è dunque vero che l’Oppezzo Giuseppe non può seminare riso nella sua azienda: lo può fare ma deve diserbare con altri prodotti. Il riso crodo che è più facilmente combattuto dal sistema Clearfield può acquisire il gene di resistenza selezionato? Certo che lo può fare, ma in tal modo si ricade nella necessità di un “adeguato approccio agronomico” prima enunciata. In sostanza dunque usando ogni tanto anche altri prodotti diserbanti si fa sparire il riso crodo resistente prima che prolifichi troppo, prolungando così l’efficacia dell’accoppiata varietà-diserbante specifico.
Argomento 8: le affermazioni di Ritz Dolder e Paola Testori Coggi 
L’avvocato FRITZ DOLDER e PAOLA TESTORI COGGI sono ambedue male informati o il primo ha voluto lisciare il pelo all’intervistatore quando afferma: “….Questa clausola probabilmente non rispetta l’articolo 11 delle linee guida europee….. Un diritto che è stato eroso dalla giurisprudenza, per via del fatto che negli Stati Uniti ci sono state varie sentenze che obbligano i contadini a ricomprasi i semi ogni anno”. Infatti in Europa avviene l’inverso nel senso che il brevetto americano, come ho spiegato sopra, viene ridimensionato quando viene applicato in Europa e questo neppure Paola Testori lo sa. Infatti in Europa si vuole che il piccolo coltivatore possa poter ricavare dal suo prodotto il seme per le semine dell’anno successivo.
Argomento 9: le affermazioni di Salvatore Ceccarelli
Il genetista SALVATORE CECCARELLI racconta le cose a metà. Infatti un miscuglio di genotipi diversi (ecotipi per essere precisi) è si il frutto di un ambiente in generale, ma non ad un ambiente particolare nel senso che se io produco una varietà di frumento fatta da individui omozigoti selezionati per essere i migliori in quell’ambiente, è questa che è maggiormente produttiva,
molto più degli ecotipi. E’ ciò che abbiamo fatto noi in Europa ed, infatti, in media produciamo enormemente di più della Siria. La stessa cosa avverrebbe in Siria se ci fosse qualcuno che crea varietà per linee pure in quel paese, solo che non vi è nessuno che lo fa, indipendentemente dal fatto che di tratti di un paese in altre faccende affacendato. Non facciamoci confondere dal fatto che se io porto in Siria una varietà selezionata per il nord della Francia questa si dimostrerà sicuramente un disastro, mentre la varietà ecotipo locale sarà nettamente migliore perché questo dimostra solo che la varietà consanguinea che è stata selezionata per un altro ambiente e clima paga uno scotto maggiore. Comunque se vogliamo dare da mangiare in futuro ai siriani ed a tutto il nord Africa non lo faremo grazie alle idee incomplete e scientificamente non ben elaborate di Ceccarelli. Lo faremo solo se vi saranno strutture che selezioneranno in loco e su materiale locale con il metodo della linea pura delle varietà consanguinee ben adattate. Questo sarà possibile se si passerà attraverso le valutazioni a livello di aploidi. Ceccarelli sicuramente non prenderà mai il Nobel come è stato assegnato a Borlaug perché le sue idee non concorreranno a produrre più cibo come, invece ha fatto lo scienziato del Cimmyt.
Argomento 10: le affermazioni di Giuseppe Lirosi
Giuseppe LIROSI racconta cose incredibili: come si può affermare che ha reperito 5000 varietà di grano duro in Sicilia? E’ un numero inaudito ed inesistente!
Argomento 11: le affermazioni di Giuseppe DINELLI
Un altro che racconta tesi un po’ bislacche è Giuseppe DINELLI. Ma lo sa che le frazioni nuove di glutine che sono state immesse nelle nuove varietà derivano da geni che sono stati presi dalla vecchie varietà? Quindi se io faccio una farina con un miscuglio di varietà antiche ingerisco tutte le molecole di glutine che lui definisce nuove e quindi cosa cambia? Certo se analizziamo solo le intolleranze al glutine, che spesso sono di origine psicosomatica (infatti nel 90% dei casi dichiarati risultano essere inesistenti o autodiagnosticate dopo indagine scientifica), è logico che le persone ti dicano che stanno meglio, ma è noto anche l’effetto placebo…. Se invece si somministra del glutine “antico” ad un neonato veramente celiaco questo ti muore seduta stante come purtroppo sarebbe stato con il glutine “nuovo”. Indagini scientifiche dimostrano che i frumenti in 100 anni sono rimasti pressoché intatti(qui).
Argomento 12: Il grano dei faraoni
A Piero RICCIARDI ricordo che Bob Quinn ha inizialmente raccontato la fola degna del Barone di Münchhausen secondo cui avrebbe trovato il grano kamut nella tomba di un faraone egiziano. Noi sappiamo che un seme non può rimanere germinabile se non per pochi anni e che quel grano è in realtà è un Triticum turgidum ancora coltivato in certe zone dell’Iran. Ed ecco allora che Bob Quinn, accortosi finalmente che qualcuno non beveva la sua fola, ha lasciato cadere la cosa ed ha optato su un “regalo della guerra”.
Possibile però che solo in Italia un simile soggetto trovi allocchi in quantità disposti a fargli guadagnare tanti soldi? Solo gli italiani infatti credono di trovare nel Marchio Registrato Kamut qualcosa di superiore; in nesun altro paese la sua iniziativa ha avuto successo.
A Piero RICCIARDI vorrei anche fare notare la sconcertante contraddizione in cui incorre quando da un lato sostiene che è scandaloso appropriarsi delle sementi da parte dei privati e dall’altro porta in palmo di mano l’iniziativa di Bob Quinn. Infatti se non si compra il seme da Bob Quinn non si può usare il marchio KAMUT a cui poi si deve versare il dritto di “marchio”. In sostanza dunque Bob Quinn tiene un comportamento esattamente uguale alla BASF ed alla Monsanto, seppure molto più in piccolo.
Argomento 13: PAT MOONEY è un altro esperto chiamato a raccontare cose bislacche e non veritiere
I semi zomby non esistono in quanto creati dall’uomo appositamente, esistono invece in natura per un meccanismo di maggior conservazione della specie. Infatti, in molte specie esistono i cosiddetti “semi duri”, semi che non germinano nell’anno stesso ma scalarmente anche molti anni dopo. E’ una difesa naturale volta ad una migliore conservazione della specie. Ma vi rendete conto a che livello di ambiguità si è arrivati? Chi vende un seme uso semina la prima cosa che si preoccupa è che germini perché sarebbe una “bugia dalle gambe ben corte”, al massimo può giocare sulle caratteristiche genetiche più o meno eccelse.

CONCLUSIONI
L’analisi qui condotta dimostra quanto la trasmissione in questione si sia rivelata demagogica e forviante per uno spettatore che volesse davvero capire i termini del problema sementiero mondiale. In tal modo si diffonde a piene mani ignoranza e pregiudizio, impedendo al cittadino di capire che se non c’è industria sementiera non vi può essere quell’agricoltura evoluta che è alla base delle sicurezza alimentare globale.

Alberto Guidorzi Agronomo. Diplomato all' Istituto Tecnico Agrario di Remedello (BS) e laureto in Scienze Agrarie presso UCSC Piacenza. Ha lavorato per tre anni presso la nota azienda sementiera francese Florimond Desprez come aiuto miglioratore genetico di specie agrarie interessanti l'Italia. Successivamente ne è diventato il rappresentante esclusivo per Italia ; incarico che ha svolto per 40 anni accumulando così conoscenze sia dell'agricoltura francese che italiana.

3 commenti:

  1. Dr Agronomo Alessandro Buonaccorsi24 maggio 2016 22:03

    Concordo pienamente con la sua dettagliata analisi ed anche riguardo alla demagogia di tutte le trasmissioni pseudoscientifiche,sottolineando inoltre che, in Italia, manca il vero "giornalismo scientifico": infatti dovrebbe essere praticato soltanto da chi è esperto della materia specifica (in possesso di titoli professionali e accademici) e con adeguata capacità divulgativa (insegnante e/o pubblicista). Voglio però evidenziare che le probabili decisioni europee in materia (vedi http://ec.europa.eu/dgs/health_food-safety/pressroom/docs/proposal_aphp_en.pdf) possono influenzare "pesantemente" il settore sementiero e la libertà di utilizzo da parte dei privati. Pur rispettando i suoi trascorsi professionali, settori strategici come quello oggetto dell'articolo, assieme ad altri (ad esempio le risorse idriche) non dovrebbero essere (quasi) esclusivamente nelle mani dei privati. Il concetto di agricoltura evoluta, probabilmente, oggi è maggiormente legato a quella di "precisione" che non al miglioramento genetico, così come dovrebbe essere rivisto il concetto di sicurezza alimentare globale.

    RispondiElimina
  2. Concordo pienamente con lei che il pubblico deve avere un ruolo nel affiancare la ricerca che fanno i privati e questo per tre motivi: 1- di controllo, 2° di affiancamento nel proporre strategie, 3° di occuparsi delle specie coltivate cosiddette "orfani", cioè che nessuno privato ha interesse a migliorare.

    Inoltre se si vuole fare da contrappeso allo strapotere delle multinazionali si deve opporre delle collaborazioni Pubblico/privato non nell'orbita delle multinazionali. Per fare un esempio concreto le propongo di analizzare come esempio questo progetto http://www.aker-betterave.fr/fr/presentation

    Purtroppo però la politica decide in senso contrario. Un esempio lo trova nelle regolamentazioni parossistiche imposte per mettere in commercio una varietà OGM che han fatto lievitare costi a livello di svariate decine di milioni di dollari, mettendo completamente fuori gioco la ricerca pubblica. Senza contare che l'applicazione del principio di precauzione come un vero "principio di proibizione" ha chiuso ogni possibilità di ricerca. Conosce cos'è capitato ai lavori decennali del Prof. Rugini a Viterbo su ciliegi, Kiwi e olivo?

    L'agricoltura evoluta è quella durevole, ecocompatibile, ma produttiva e la genetica ha un grande ruolo da giocare. In questo contesto ci può stare anche una ricerca genetica partecipativa, ma deve obbligatoriamente comprendere una conveniente remunerazione della ricerca genetica tramite le realizzazioni che riesce a mettere a disposizione degli agricoltori.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Mi pare una valutazione condivisibile ed equilibrata. Approfondirò il progetto che mi propone. Ritengo che una raccolta firme in rete potrebbe migliorare la conoscenza sulla questione al pubblico non specializzato, oltre a generare una piccola pressione sulla politica.

      Elimina