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giovedì 23 marzo 2017

Quali piante erbacee mangiavano i Romani - Seconda parte

di Alberto Guidorzi

INFIORESCENZE
In tutto il bacino del Mediterraneo cresce il genere Cynara ed in particolare la specie cardunculus (oggi suddivisa in tre varietà: Silvestris o cardo selvatico, Altilis o cardo coltivato e Scolymus o carciofo), ma non abbiamo notizie sul fatto che in epoca romana vi fossero specie coltivate. Sappiamo comunque che i romani mangiavano i capolini delle sue varie specie con vari nomi: colymos, giros, spondilo, sorbole. La selezione successiva, che ha riguardato la carnosità del picciolo (cardo) o l’ingrossamento del capolino, ci ha dato appunto il cardo ed il carciofo coltivati. Apicio presenta sette ricette forse riferibili al carciofo e tre forse riferibili al cardo.
FOGLIE
Diamo uno sguardo più da vicino agli ortaggi da foglia mangiati dai romani. E’ certo che i romani mangiavano e coltivavano (Catone ce lo dice) il genere brassica e che già esisteva una prima differenziazione, ma non certo quella odierna e rappresentata nella figura qui sotto.








I romani raccoglievano la rucola, la malva (malvae o malope e botanicamente Malva verticillata), la lattuga (lactuca), la bietola (beta candida), la portulaca (Portulaca oleracea), l’atriplice degli orti o bietolone rosso (Atriplex hortensis), l’ amaranto (le specie provenienti dall’Africa e non certo quelle successivamente pervenuteci dall’America) e il chenopodio (Chenopodium bonus-henricus) che costituiva in buona parte il blitum, grandemente citato in letteratura. Inoltre i romani non disdegnavano i romici (Rumex acetosella) e il genere Lapathum o il genere Beta, come pure l’ortica.

FRUTTI
I romani usavano anche certi frutti indigeni come verdure tipo il macre (trapa natans) e esotici cetriolo (cucumis) melone ed alcune cucurbitacee immature del genere Lagenaria, ma non il genere cucurbita in quanto questo ci è pervenuto dall’America. Usavano anche il frutto maturo della lagenaria come contenitore di liquidi o solidi, oppure, Plinio ce lo dice, come galleggiante per far imparare ai bambini a nuotare. Di esotico ai Romani erano anche arrivati dei semi, come la veccia, il sesamo, il papavero e il miglio; dei tuberi, come la colocasia (specie antiquorum) il ravanello e la carota; dei bulbi come la cipolla, l’aglio e forse il porro. E’ certo che mangiassero fava e veccia matura e immatura con anche il baccello, come poi noi abbiamo continuato a farlo con il Phaseolus vulgaris quando ci è arrivato dal Centro America. Di veccia ne esistevano di due tipi: la Vigna unguiculata (fagiolo dell’occhio) e il Dolichos lablab (dolico o dolico porpora)

ERBE CONDIMENTARIE:
qui si possono elencare il crescione (Lepidium sativum), il coriandolo (Coriandrum sativum), il cerfoglio (Anthriscus cerefolium), l’ aneto (Anethum graveolens), l’agretto o barba di frate (Salsola soda), la ruta (Ruta graveolens), l’origano (Origanum vulgare), la santoreggia (Satureja hortensis) , il basilico (Ocimum basilicum), la menta (Mentha spicata), il cumino (Cuminum cyminum), il sedano di monte o levistico ( Levisticum officinale), il cumino dei prati (carum carvi), la melissa (Melissa officinalis), le quattro spezie (Nigella sativa) ecc.
Vorrei chiudere con una nota che scaturisce dalle mode salutistiche attuali che nutrizionisti, mass-media, imbonitori vari e sedicenti inventori di diete salva vita ci propinano ovunque. Ad ascoltarli sembra che per stare in salute si debbano mangiare verdure a quintali e più se ne mangia meglio si sta. Per contro nessuno fa notare che per soddisfare i bisogni fisiologici dell’uomo in sali minerali, vitamine e antiossidanti è sufficiente una normale dieta variata ed apportarne di più non serve a nulla. Spesso inoltre gli imbonitori di cui sopra sottacciono certe evidenze contrarie, quando ad esempio insistono molto sugli aspetti diuretici di certe piante non segnalando invece che spinaci, foglie bietole, acetosella e portulaca contengono acido ossalico, “veleno” per i reni, in quantità non indifferenti, oppure quando pontificano sulle fibre alimentari e non dicono che una dieta troppo ricca di fibre oltre a dare disturbi intestinali per peristalsi scatenate da fermentazioni eccessive, “accalappiano” vitamine e sali minerali trascinandoli nelle feci. Da quanto riferito circa la dieta dei Romani si potrebbe quindi dedurre che essi seguivano alla lettera ciò che i molti “esperti” chiamati a riempire le trasmissioni culinarie o pseudo ambientalistiche ci propinano oggi. D’altronde la fitoterapia era l’unica medicina che i romani conoscevano e quindi ci aspetteremmo di constatare che i nostri antenati abitanti l’Italia 2000 anni fa godevano di una salute di ferro e una durata di vita superiore alla nostra.
Niente di più falso alla luce della situazione non certo invidiabile che ci raccontano le ricerche scientifiche più recenti (figura 2): “la vita media di un uomo era di 25 anni, mentre quella della donna era leggermente meno (23-24anni). Si facevano molti figli, anche perché la mortalità infantile era molto alta e corrispondeva al 30% dei parti. Chi superava i 5 anni di vita aveva l'80% di possibilità di arrivare ai 20 anni di vita, e il 30% di arrivare ai 60 anni”.


Figura 2 – Raffronto fra epoca romana e attualità per quanto riguarda la mortalità in Lombardia; i dati per l’epoca romana provengono dall’analisi di 272 scheletri rinvenuti in sepolture lombarde (fonte. Civico museo archeologico di Milano, 2007. Guida alla sezione Milano antica, Comune di Milano, 150 pp.).




Alberto Guidorzi

Agronomo. Diplomato all' Istituto Tecnico Agrario di Remedello (BS) e laureato in Scienze Agrarie presso UCSC Piacenza. Ha lavorato per tre anni presso la nota azienda sementiera francese Florimond Desprez come aiuto miglioratore genetico di specie agrarie interessanti l'Italia. Successivamente ne è diventato il rappresentante esclusivo per Italia; incarico che ha svolto per 40 anni accumulando così conoscenze sia dell'agricoltura francese che italiana

 

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