lunedì 8 maggio 2017

I « BOBO » - “consumatori di biologico”

di Alberto Guidorzi



Nella lingua francese « bobo » sta per « BOrghese BOhemien » e si dice di una persona colta, di condizione agiata, che valorizza la creatività, lo sviluppo durevole e l’uguaglianza, rifiuta la competizione e un mondo basato sul denaro. Noi in Italia li chiamiamo coloro dal pensiero “politicamente corretto”. In Francia sono il prototipo dei “consumatori di biologico” e anche in Italia li potremmo assimilare in identica maniera. Evidentemente quanto scriverò di seguito non vuole minimamente modificare il modo di pensare dei “bobo”, questi ormai sono refrattari ad ogni evidenza, se poi è scientifica meno che meno, voglio invece mettere a disposizione degli indecisi e di chi vuole farsi un’opinione motivata analizzando pro e contro di fattori obiettivi.

Fitofarmaci di sintesi contro fitofarmaci biologici

Ecco i bobo credono che in biologico non si usino fitofarmaci o al massimo che usino quelli naturali e quindi ecologici e totalmente innocui per l’uomo e l’ambiente. Invece si deve sapere che tutto ciò è falso. Per spiegare meglio prendiamo in considerazione le due versioni dell’insetticida piretro: le piretrine cosidette “naturali” usate in biologico e i piretroidi usati in agricoltura convenzionale e demonizzati in quanto di sintesi.

PIRETRINE

Sono degli estratti usati in agricoltura biologica ricavati da due piante, il Tanacetum cinerariifolium o crisantemo di Dalmazia e Tanacetum coccineum o Crisantemo di Persia.


Ambedue gli estratti hanno un’ottima capacità insetticida per la loro elevata azione neurotossica ed hanno un’azione di choc importante che fa si che molteplici specie di insetti siano colpite (lepidotteri, ditteri, omotteri, emitteri, tisanotteri, imenotteri e coleotteri). Non hanno invece azione sugli animali a sangue caldo. Ecco perché sono molto diffusi come insetticidi domestici come per il trattamento delle pulci nei cani, mentre i gatti sono sensibili al piretro. Sono poco persistenti perché la luce li degrada molto facilmente. Si tratta di un vantaggio da un punto di vista ambientale, ma non è uno svantaggio da poco negli usi agricoli e quindi con attacchi ripetuti l’agricoltore biologico è obbligato ad intervenire più volte; su certe coltivazioni anche una volta alla settimana. Dato, però, che agli ordini degli insetti citati appartengono anche specie utili (coccinelle, crisopa, sirfidi, antocoridi e api) è evidente che anche questi se vi giungono a contatto muoiono con buona pace dell’ecocompatibilità. Sono inoltre estremamente tossici per la fauna acquatica. In altri termini sono prodotti da usarsi con estrema precauzione, come tutti i fitofarmaci d’altronde. Ne esistono due forme: le piretrine provenienti da estrazione industriale più sicure per l’effetto insetticida e piretrine derivate da macerazione dei fiori e delle foglie secche, meno sicure perché l’idrolisi ha un’azione di distruzione dei principi attivi.

PIRETROIDI. 

Quando venne al pettine negli anni 60/70 gli effetti deleteri degli organoclorurati (DDT e relativa famiglia per intenderci) l’industria si interessò allo studio dei principi attivi degli estratti di piretro. I chimici riuscirono, modificandone le molecole ad aumentarne l’azione insetticida. Certi difetti comunque si sono mantenuti (tossicità per la fauna acquatica e polivalenza su molti insetti utili). E’ questo l’inizio della classe dei fitofarmaci cosiddetti “mimetici”, cioè che rispecchiano molecole naturali e che sono andati aumentando nel tempo.. Tuttavia alcuni vantaggi non presenti prima sono stati aggiunti: - essi sono specifici e non sono più un cocktail di molecole una diversa dall’altra, - essi sono molto più persistenti (da 4/5 gironi si passa a 2/4 settimane) e quindi si interviene con molti meno passaggi irroranti ( si ricorda che gli insetti utili muoiono in gran parte per il contatto quando si irrora), - si usano in dosi molto più ridotte e quindi vi è meno dispersione del principio attivo nell’ambiente e meno effetti negativi, - seppure la degradazione sia più lenta essa comunque avviene in qualche settimana e pertanto ne fa un fitofarmaco non persistente nell’ambiente in assoluto. La chimica è riuscita anche a formulare un piretroide (tau-fluvalinate) molto meno tossico per le api e quindi usato dagli apicoltori per disinfestare gli alveari dalla varroa, un acaro che concorre per il 40% alla diminuzione della popolazione apicola (altrochè i neonicotinoidi!!!!). Dunque si tratta di un prodotto di sintesi ben ecologicamente migliore delle piretrine dei biologici.
Un discorso analogo lo si può fare tra Olio di Neem usato in biologico (un’accozzaglia di molecole varie di cui si conosce un effetto, ma non tutti gli effetti) e l’azaridactina che è il principio attivo sintetizzato dalla chimica copiando la molecola con effetti fitofarmaceutici presente negli estratti dell’albero di Neem. (1)

CONCLUSIONE 1. 

Non ci sarà verso che questo convinca il mondo del biologico ed in particolare i “bobo” (i produttori biologici in questo contesto sono dei ricattati) a far abbandonare le piretrine per i piretroidi in quanto la loro posizione è ideologica e dogmatica. Essi in pratica preferiscono più danni ambientali che demordere dalla loro ideologia ascientifica. Assistiamo anche ad un parallelismo strano: il produttore biologico responsabile e onesto farà di tutto per evitare un maggior ricorso alle piretrine, esattamente come lo fa il produttore che pratica l’agricoltura integrata nell’usare il meno possibile i piretroidi; solo che il primo è additato come benefattore verso l’ambiente e quindi riceve quattrini, mentre il secondo, appartenente alla famigerata agricoltura convenzionale, è additato come inquinatore e avvelenatore, anzi ben presto da tassare.


Ma dove si producono le piretrine?



Per il 60% si producono in Tanzania, poi in Papuasia Nuova Guinea ed i Kenia. Occorrono 52.000 piante per ottenere 25 kg di polvere secca, ma guarda caso anche il crisantemo è attaccato da parassiti, ma uno studio australiano ci dice che sia in Tanzania che in Papuasia NG mica si usano dei fitofarmaci biologici bensì dei fitofarmaci di sintesi e tra l’altro i più tossici (2), non sono degli sprovveduti e vedono la minore efficacia. Per il fungo ascochitosi, tra i tanti prodotti di sintesi che usano, usano il difenoconazolo (famiglia dei triazoli) che è tossico per i mammiferi, per l’ambiente acquatico e molto persistente (ha una semivita di 1600 giorni in determinate condizioni). In Kenia poi la produzione ha del paradossale perché esportano il 95% della loro produzione di polvere di piretro verso i paesi sviluppati, dove si tende sempre più verso un ambientalismo radicale, ma cieco come vedremo, perché possono pretendere un prezzo elevato, ma con questi soldi acquistano sui nostri mercati i prodotti di sintesi, meno costosi ma più tossici in quanto da noi dismessi, per proteggere le loro coltivazioni alimentari. In questo paese poi è avvenuto un fenomeno particolare, nel 2000 esso riforniva il 70% del mercato mondiale, mentre oggi solo il 5% in quanto sono intervenuti tali e tanti problemi di coltivazione (grande irregolarità nelle rese) che molti produttori hanno rinunciato. Dulcis in fundo: un documento keniano di HighChem Agriculture (3), organismo di agro fornitura, insegna le regole di coltivazione e consiglia l’uso di ben tre insetticidi di sintesi (è evidente che sulle piante verdi le piretrine sono diluite dall’acqua e quindi esercitano un’azione insetticida troppo blanda): il carbaril (un carbammato proibito in EU dal 2006), il dioxation (un estere fosforico interdetto in EU dal 2002) e l’alfacipermetrina (cioè proprio un piretroide di sintesi). Quindi, colmo dei colmi, si usa un piretroide per produrre una piretrina naturale ed i bobo sono contentissimi. In definitiva i fitofarmaci bio spesso non sono prodotti con procedimenti biologici.

CONCLUSIONE 2. 

Il mercato del biologico è molto “succoso”, ma ciò crea un mondo che è un vero e proprio inganno, dove cioè un certo numero s’arricchisce alle spalle degli agricoltori e dei consumatori.

Conclusione finale: 

Uno studio INRA ci dice che se il mondo agricolo sviluppato adottasse al 100% di metodo biologico su tutte le coltivazioni, come propone il mondo dei “bobo”, ci si dovrebbe aspettare un calo del 25% delle produzioni ( ma l’inoculo parassitario rimarrà tale o aumenterà?) e ciò, senza tener conto dell’aumento di popolazione a cui andremo incontro, significa reperire un 25% di terra in più di quella coltivata oggi. Ma non è finita qui in quanto occorrerà mettere a disposizione dell’agricoltura biologica tutti i prodotti naturali ad effetto insetticida o comunque ad effetto repulsivo (ricordo che è pratica ammessa in biologico distribuire sul terreno, dopo estrazione o direttamente ricavati, i panelli di queste piante). Si dovrà quindi destinare altra terra a queste produzioni. Ora solo di piretro vi sono coltivati circa 30.000 ettari, ma con una superficie da trattare che è solo l’1%, quando vi sarà il 100% di biologico quanti ettari delle varie piante producenti questi principi attivi occorrerà investire?

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Alberto Guidorzi  
Agronomo. Diplomato all' Istituto Tecnico Agrario di Remedello (BS) e laureato in Scienze Agrarie presso UCSC Piacenza. Ha lavorato per tre anni presso la nota azienda sementiera francese Florimond Desprez come aiuto miglioratore genetico di specie agrarie interessanti l'Italia. Successivamente ne è diventato il rappresentante esclusivo per Italia; incarico che ha svolto per 40 anni accumulando così conoscenze sia dell'agricoltura francese che italiana.




   

17 commenti:

  1. Forse è utile aggiungere anche questa inchiesta:
    http://www.fiwi.uni-bayreuth.de/de/download/WP_04-14.pdf

    Cito solo una conclusione: " l'attaccamento ad un prodotto (product involvement) può essere considerato come una ragione che spiega perchè i consumatori non esprimono le loro intenzioni nonostante la la loro attitudine positiva verso i prodotti biologici; per questi i costi non sono in proporzione con i vantaggi. Inoltre, spesso per questi prodotti è il prezzo il principale fattore decisivo nell'acquisto".

    Ecco, sappiate, che i mio scrivere sul biologico ha proprio lo scopo di aggiungere, per demotivare le scelte o al limite far sorgere dubbi, alla questione prezzo anche la questione della mancanza di trasparenza.

    Per me l'opinione pubblica dovrebbe spingere le autorità a fare in modo che ci sia una sola agricoltura con queste due caratteristiche ecosostenibilità e produttività. Ora l'ecosostenibilità si ottiene prima di tutto aumentando la professionalità degli agricoltori e poi con una innovazione che abbia come obiettivo una sempre maggiore sostenibilità ambientale. Alle categorie degli agricoltori invece chiederei che innanzitutto si spieghi cosa si è fatto fino ad ora per andare nella giusta direzione (vi assicuro che si è fatto molto e che la gente che si lamenta oggi lo fa per quello di sbagliato che si è fatto 20/30 anni fa e che non si fa più oggi)e collaborare con la ricerca pubblica affinchè dia le indicazioni pratica e privata per fare passi in avanti ai "pestaterra", tra i quali ho l'onore di essere appartenuto durante la mia vita professionale.

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  2. Giuseppe Conforti8 maggio 2017 20:02

    Gentile pestaterra trovo i suoi articoli veramente interessanti, la leggo sempre molto volentieri su questo blog, bisognerebbe sempre di più insistere sulla molecole usate nel biologico e la loro pericolosità.

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  3. La ricerca pubblica però quanto fa? E quanto fa l'estensione? Vedo pochissima sperimentazione pubblica in giro...

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  4. Appunto non è che sia colpa di qualcun altro se di ricerca pubblica in agricoltura ne facciamo poca. In occasione del Mantova food science ho svolto il tema "la battaglia del grano e la genetica in campo" ed ho detto che non abbiamo più una parvenza di industria sementiera, al che uno si è alzato dicendo che la ricerca genetica pubblica è attiva. Io gliel'ho concesso ma cosa conta decifrare il genoma del grano duro se poi questi geni non vengono presi assemblati assieme a tanti altri e portati avanti per almeno 7/8 anni fino ad ottenere una varietà e poi verificarla in prove pluriennali in varie località ed alla fine iscriverla per poterla mettere a disposizione dell agricoltore come varietà più performante di quelle di cui dispongono? A cosa serve all'agricoltore sapere che hanno individuato dove sta il gene favorevole se poi non gli arriva inglobato in una pianta coltivabile? Ecco noi avremo anche una genetica attiva di cui vantarci, ma resta il fatto che prima eravamo autosufficienti in grano duro ed ora lo dobbiamo importare e l'agricoltore inoltre non crede più nel miglioramento vegetale perchè i vantaggi non li può toccare con mano, anzi gli viene venduto caro qualcosa che non vale.

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  5. Alberto, nella sua esperienza, in che Paesi la ricerca è davvero utile e funzionale al comparto agricolo, e quali sono le modalità con cui agricoltori e ricerca si scambiano informazioni?

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  6. Andrej io conosco la situazione francese bene e ti spiego quella, ma so che in Inghilterra questo: www.rothamsted.ac.uk in Germania esistono strutture di ricerca simili, ma soprattutto che funzionano.

    Noi la nostra struttura di ricerca l'abbiamo cambiata non so quante volte creado confusione di ruoli e spesso paralisi.

    IN Francia esiste l'INRA https://it.wikipedia.org/wiki/Institut_national_de_la_recherche_agronomique

    Che ha questa struttura: http://www.inra.fr/

    Su cui si innesta ARVALIS https://www.arvalisinstitutduvegetal.fr/index.html
    che fa arrivare agli agricoltorii messaggi tecnico-pratici più aggiornati ed a getto continuo.

    Un altro esempio che ti posso dare è il progetto AKER che riguarda la barbaietola da zucchero e che è un partenariato ricerca privata/ pubblica che si è assunta il compito di portare al 4% l'incremento annuo di produzione della Bietola da zucchero (ora siamo al 2%) Ti do il link
    http://www.aker-betterave.fr/fr/

    Bruno Desprez che parla nel video l'ho tenuto in braccio da bambino....ah come sono vecchio.

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    1. Grazie. E che esperienza/ opinione ha del ruolo delle nostre agenzie regionali (le varie ERSA ARSIA ecc)?

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  7. Fatto interessante. Il direttore dell'INRA è agronomo. Il commissario straordinario del CREA invece, a quanto si legge nella biografia nel sito, "Salvatore Parlato è economista e consulente per le pubbliche amministrazioni sui temi della finanza pubblica. Si occupa di controllo e razionalizzazione della spesa, ristrutturazione e gestione delle imprese pubbliche, valutazione degli strumenti finanziari."

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    1. In realtà Parlato e' stato recentemente nominato presidente del CREA.
      Era entrato come commissario straordinario per tagliare i rami secchi, dismettere metà del patrimonio immobiliare dell'ente e razionalizzare la spesa, il tutto a seguito dei tagli e degli accorpamenti operati dal governo Monti nel 2012.

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    2. Qual è il suo parere sulla sua opera?

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    3. Non sono aggiornato...

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    4. Andrej

      Parlato è stato messo in quel posto per ristrutturare i luoghi di ricerca (vendendo e chiudendo in modo da rimanere entro una disponibilità economica diminuita) e mettere in condizioni (si spera) di meglio lavorare....Resta da vedere quali saranno i risultati perchè è troppo presto per vederne.

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  8. Ersa e Arsia sono un ricovero per agronomi mancati e che hanno accettato di mettersi a 90° verso la politica. Vi sono però sempre le eccezioni.....

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  9. Andrea Paletta13 maggio 2017 19:39

    Gentile dottore Guidorzi, secondo lei esiste l' immunità di gregge anche in agricoltura come nei vaccini , ad esempio se l' agricoltura bio superass una certa % di estensione ...

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  10. Andrea Paletta

    No, non esiste, anzi si verificherebbe l'inverso. Infatti se rifletti l'1% di agricoltura biologica che produce derrate in Italia si avvantaggia della protezione che l'altro 99% di agricoltura convenzionale subisce perchè è assoggettato a protezione dai parassiti. In altri termini l'inoculo parassitario viene in certa qual misura tenuto sotto controllo perchè lo freniamo nel 99% dei campi protetti.
    Adesso ammettiamo che il biologico salga a solo il 20% e che quindi il convenzionale si riduca all'80% (cioè veniamo ad avere un 20% di agricoltura scarsamente protetta ed solo un 80% di agricoltura che normalmente si cerca di proteggere). A questo punto diventa consequenziale che l'inoculo parassitario che sfugge al 20% del biologico, scarsamente protetto, si riversi sull'80%. Ebbene ti assicuro che in una situazione come questa il biologico diverrebbe impossibile da proteggere, mentre l'80% diverrebbe scarsamente proteggibile.

    Infatti l'allarme sui vaccini discende proprio da questo ragionamento fatto sopra: finchè si vaccinava il 99% anche l'1% era protetto, quando invece certe vaccinazioni come il quella del morbillo è cominciata a calare sotto una certa soglia i casi di morbillo sono aumentati (anche in qualche individuo che seppure vaccinato, ma che per una ragione o per un'altra, la vaccinazione non lo ha completamente protetto.)

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  11. Andrea Paletta14 maggio 2017 15:20

    Gentile Guidorzi,
    grazie per la sua risposta esauriente.
    Bisognerebbe sempre di più far conoscere le contraddizione sul mondo del biologico.
    Andrea

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  12. Un po' peggio di cosi':
    Se la produttivita' col biologico fosse il 75% dell'attuale, per raggiungere i livelli di produttivita' odierni ci sarebbe bisogno non del 25% di terra in piu' ma del 34% (circa)...

    Gianc.

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